“Custodite la vita lì dove siete, date vita alle relazioni, al futuro, credete nell’altro, date fiducia, in una parola amare la vita…Conservate il vino della gioia, conservate la vitalità, riconoscendo che abbiamo bisogno di Qualcuno che ci ricordi che “non abbiamo più vino” si è presentato così il Patriarca Latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, nell’omelia tenuta ieri mattina presiedendo il solenne pontificale celebrato in Duomo per la Vergine del Pilerio, patrona della città di Cosenza.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, al di là del ruolo che ricopre, è un uomo risolto, di grande carisma, la sua apparente severità si scioglie manifestando una grande umanità ed empatia. Uomo di grande cultura e allo stesso tempo concreto, non le manda a dire: “l’Europa è ricca di tutto, ma siete stanchi, non avete voglia di vivere”. Uomo dell’azione, radicata però sempre in Cristo, si è presentato ieri pomeriggio all’entusiasta platea del Teatro Rendano di Cosenza, dove ha incontrato le istituzioni civili, militari ed ecclesiastiche in un momento di testimonianza e dialogo organizzato dal Rotary Club di Rende, alla presenza di tutte le altre sezioni Rotary. Al Cardinale è stato consegnato il ricavato della cena di beneficenza destinato alle iniziative umanitarie da lui coordinate a favore dei bambini più poveri di Gaza.

Nel corso del confronto con il giornalista Simone Tropea, il Cardinale Pizzaballa ha ripercorso le difficoltà incontrate durante questa guerra disumana, la ricerca e la distribuzione di cibo, pannolini e presidi igienici, le 50mila persone assistite dalla sua chiesa, ma anche il “bello, se così si può dire di un dramma, che ha rinforzato la solidarietà umana”.
Forte emerge la figura di questo pastore, che vive il suo ruolo come strumento di mediatore in umanità dove non nega una benedizione al soldato israeliano cattolico, così come al palestinese: “non è semplicissimo, spesso errori ne faccio anche io, ma ci metto la faccia, dico: ‘sono qui’ anche a benedire un soldato. Non è semplice tenere una linea ferma, una linea chiara, ma sono un pastore non un politico! La Chiesa deve partire da Gesù Cristo, chiamare le cose con il loro nome: ciò che è accaduto, e accade, a Gaza è inescusabile” ha detto alzando il tono, tra l’applauso scrosciante della platea.

E ha continuato: “Ripartire da Gesù, ma ‘tutto qui?’ potrebbe dire qualcuno. Come stare da cristiano in questa situazione? Si parte dalla Croce che per il mondo è una sconfitta, ma per noi è il modo in cui Dio ha vinto il mondo. Si parte, come ho detto nell’omelia, dal vino, dalla gioia, dall’uomo fatto di carne, desiderio, passione, invece avete cancellato tutto! Se non lo facciamo noi, noi tutti, chi lo fa? A che serve la Chiesa?”
Dove ha trovato consolazione? chiede Tropea… “Dai bambini della parrocchia di Gaza che sono un centinaio, li conosco a uno a uno. I loro volti, le attese, la loro innocenza rispondono al mio ‘chi te lo fa fare?’ Penso a Carlos, Marcos, hanno i nostri nomi, per loro ne vale la pena…”
Il cardinale ha poi illustrato due azioni concrete intraprese dalla sua chiesa di Gerusalemme come la creazione di un ufficio che faccia rete per arrivare il più lontano possibile e per ottimizzare gli aiuti e l’attenzione particolare alla ricerca di medicinali, la ricostruzione di scuole, di case e l’assistenza ai tantissimi mutilati, orfani e anziani: “Non potremo fare tutto, ma dobbiamo essere lì, come Chiesa, con azioni e con le parole. Dobbiamo parlare, far sentire la nostra voce, dobbiamo recuperare il linguaggio deumanizzante di questa guerra.”
A questo proposito Simone Tropea converge l’attenzione del dialogo con il Patriarca, sulle difficoltà che anche la Chiesa ha nell’affrontare e nel gestire ‘il grano e la zizzania’: “I problemi nella Chiesa ci saranno sempre e in una Chiesa che non ha problemi non ci voglio stare, risponde Pizzaballa, la Chiesa perfetta non esiste, quello che dobbiamo fare é curare il bello, il bene, il grano. Puntare su ciò che costituisce la vita della Chiesa: l’incontro con Cristo! Incontro che non toglie libertà, ma ti riempie di gioia, di vino, di passione, fare in modo che nelle nostre comunità scorra la vita. La chiesa deve in maniera credibile essere testimone; non si può separare testimonianza da testimone. Dobbiamo rimanere in noi stessi, rimanere fedeli al mandato di Cristo: la pace, il dialogo, il rispetto, la dignità, la giustizia, devono essere tradotte in azioni concrete non in slogan. La fame di giustizia, il non rassegnarsi all’ingiustizia, è una beatitudine che non va trasformata in una nuova ideologia. La Chiesa deve essere testimone credibile, senza fare alleanze di potere.
Io cerco di essere chiaro, senza aver paura di sbagliare e quando sbagli va bene lo stesso perché, se sei autentico, sei riconosciuto come tale e resti libero. Cosa significa rimanere libero? Avere chiari riferimenti culturali, religiosi, tra le amicizie, tra questi riferimenti la sintesi la fai tu, senza aver paura, nella scelta, della solitudine. Se hai paura della solitudine, non sei libero.”
Nostalgia di pienezza, di giustizia, di riconciliazione, il Cardinale Pizzaballa la lascia trasparire dalle sue parole e avvolge tutti i presenti, colpisce al cuore, si mette a nudo definitivamente nella risposta alla domanda “Chi è per lei Gesù Cristo?”.
Una domanda che “disturba da sempre e a cui non posso rispondere definitivamente. A volte mi stanca, a volte la cerco, la risposta, nei volti di chi mi cerca… Mai ho detto ‘perché?’ in questa guerra, ma ‘dimmi cosa fare’. Ho un desiderio di Cristo mai totalmente colmato, una tensione di ricerca mai totalmente appagata, ma non riesco a farne a meno, sono sempre lì: mi hai parlato? Perché non mi parli? Sono così.”
Infine, una sfida che è un sogno allo stesso tempo: l’unità della sua comunità dove tutti, senza confini, si ritrovino a “Gaza come luogo dove israeliani, palestinesi, ebrei, cristiani, si incontrino al sicuro e nell’amore. In questa atroce guerra, laggiù, non sono tutti mostri, ci sono ebrei musulmani, cristiani, meravigliosi. Non tutto è perduto…”
Luisa Loredana Vercillo