Il fenomeno napoletano Geolier incanta Rende per bravura e disponibilità ed incontra don Mario Ciardullo

“…E mannammella, Manuè!!!…” E nuje t’lamm mannat… Sta lettera…”

Siamo emozionati nel prendere in mano una penna per mettere nero su bianco. Non stiamo nella pelle da giorni. Ci presentiamo: siamo un gruppo di giovanissimi (dai 12 ai 18 anni) …Siamo emozionatissimi nello scrivere queste poche righe…Al campo (il don e la nostra cara Lisa), ci hanno insegnato che bisogna avere sempre la capacità di leggere tra le righe, vedere oltre quello che l’apparenza vuole farci vedere. Sempre, in ogni situazione di vita. E questo discorso vale soprattutto per te, perché tu sei tantissimo. Sei altro rispetto a quello che quasi tutti mettono in evidenza: un duro, uno, che fa riferimenti a canne, droga, soldi, mafie, per essere qualcuno.”

Inizia così la lettera che i Giovanissimi della Parrocchia S.Maria della Consolazione di Arcavacata, guidata da Don Mario Ciardullo, hanno scritto ad Emanuele Palumbo in arte Geolier, il rapper napoletano da 34 dischi di platino, 20 dischi d’oro e oltre 1.4 miliardi di streaming audio/video. Il rapper dei record si è esibito ieri sera, a Rende, per aprire con numeri da capogiro il Settembre Rendese. Trentamila le presenze, con giovani arrivati da tutta la Calabria e fuori regione, per il cantante appena 23enne che canta della sua periferia napoletana, Secondigliano (sfonda, insieme a Nicola Siciliano, nel 2018 con un brano, proprio con questo titolo, caricato, dalla sua cameretta, su YouTube). “Il coraggio dei bambini” il suo secondo album, incassa premi su premi, e gli permette di ritirare, sul palco calabrese, quello come “Miglior tour estivo”.

I Giovanissimi però, non si fermano qui, hanno un sogno: far sapere a Geolier che hanno fatto un campo -scuola parrocchiale con le sue canzoni, in particolare con “Come vuoi”, che il don “spara a palla” al mattino, per dare la sveglia e partecipare alla S. Messa.

Scrivono la lettera (qui il testo integrale):
“… Solo l’amore mostra all’uomo quello che è, e che deve diventare, per compiere davvero il viaggio della sua vita fino in fondo. Per non dire poi di questi versi che spaccano tutto e ti entrano nell’anima: “Tu faje commevuó tu e a me me piace accussì pecché Jesse a murí pe’tté dimanesi tu vuó… Questa Emanuè è l’immagine che per amare bisogna essere disposti a dare anche la vita, proprio come Gesù che dà la vita per tutti noi sulla Croce, ci hanno spiegato al campo”; poi preparano con i grafici di MPM di Mauro De Luca e con Don Mario, un logo originale di Geolier, lo stampano su una felpa nera, su un cappellino, e comprano una croce, una Croce particolare. Si tratta infatti della Croce venerata nel Santuario di Polsi, Comune di San Luca, terra d’Aspromonte, terra di ‘ndrangheta: “Questa è la Croce di Polsi realizzata dall’orafo Gerardo Sacco, la spada di un assassino che la Madonna trasforma in Croce, convertendolo” scrivono. I ragazzi ricordano che la catechista, Lisa, ha raccontato, loro, più volte “la bellezza e la crudeltà di quei luoghi (Secondigliano, Scampia) dove ragazzi definiti “difficili”, sono riusciti a riscattarsi con coraggio, chiamati a scegliere il bene per vivere” e augurano al rapper “di cambiare con la tua musica le vite di tanti giovani che hanno scelto la via della morte, della droga… La Croce sia il nostro augurio perché tu sia di esempio, ma anche simbolo di fede, che porta vita e Resurrezione…”

Si va bene, tutto bello! Ma come fare per incontrare Geolier? A Via Rossini non se ne parla… Le vie sono chiuse, intasate dairagazzi che dopo l’uscita da scuola sono già in prima fila, sotto al palco, dove il rapper si esibirà verso le 22. Detto fatto! Ci pensa il vulcanico don Mario Ciardullo che, dopo aver per giorni messo a soqquadro tutti i suoi contatti napoletani, arriva a strappare all’artista napoletano un appuntamento all’uscita dell’autostrada. Sono circa le 22, quando, auto dopo auto, l’ansia cresce. Arriva un messaggio: “stiamo per arrivare”, spunta il Van nero, accosta, come promesso dal disponibile e meraviglioso Christian De Rosa, sulla piccola piazzola di Cosenza Nord. E’ un attimo, i ragazzi dell’entourage di Geolier abbassano i vetri, ricevono la scatola nera con i regali e le lettere. Scambiano qualche parola con il parroco e la catechista, che si informa del risultato della partita del Napoli, poi spunta lui, Emanuele; semplice, disponibile, chiede ai due di seguirlo con l’auto per accompagnarlo sul palco: “Grazie per l’invito, ma non speravamo in tanto!  Ti preghiamo leggi la lettera dei nostri ragazzi, ci tengono tanto, sei un esempio e motivo di riflessione per loro”

“Grazie a voi per le gentilezze! Allora facciamo una foto qui…”risponde Emanuele.

Facciamo le foto, le auto in uscita allo svincolo, intanto che gli uomini della Digos si stanno spostando per scortarci, si fermano… “Ma è Geolier!”  dice qualcuno, dando di clacson…Noi intanto non crediamo alle nostre orecchie, Geolier è sorpreso di aver incontrato questo parroco così travolgente: “Grazie, grazie a voi! Auguri per tutto” dice Emanuele, stringendo le mani di Don Mario e della catechista, come si fa con amici di vecchia data; le dita della mano sinistra in segno di vittoria, l’altra, dopo i saluti, sul cuore. Strette di mano e sorrisi, si chiude il Van e Geolier sparisce nel traffico dei suoi fan.

L’artista che ha esportato ormai il napoletano in tutto il mondo, e che nei suoi testi divide e colpisce con la sua musica “colpisce la verità in quello che dico, quello fa la differenza: la verità. Raccontare la verità in modo fico è la vittoria” ha parlato spesso dai social: “Meno telefonini, più campi da gioco: restituiamo dei sogni ai ragazzi”, oppure in occasione del funerale del giovane musicista ucciso a Napoli per un parcheggio, “voglio semplicemente dire ai ragazzi: sognate. Non dovete pensare che è finito tutto, sono finiti i sogni, credete nel vostro futuro. Oggi abbiamo perso tutti quanti, abbiamo perso come città e ha perso la mia generazione soprattutto…Il problema è che i ragazzi adesso non hanno sogni, non credono più nella Chiesa, nello Stato. Credono quello che vogliono credere”.

Lo lasciamo con tre semplici auguri: non avere paura del futuro, confida in Dio e statt buon; A Maronn t’accumpagn, “Fa ‘o brav, fa ‘o serij”…

“Un’altra mission portata a termine” commentano soddisfatti parroco e catechista… Perché evangelizzare è una sfida che passa per tutte le strade dove si possa parlare di Gesù, del bene, del bello, dell’arte e della vita: é cosa di cuore.

Luisa Loredana Vercillo 

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